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sabato 6 novembre 2010

metti una sera in cineteca

Hai presente quelle cineteche comunali, capienza massima 50 persone, dove quando inizia la pellicola parte anche un tron tron di contorno come se il proiettore fosse a due cm dal tuo collo?
Quelle cineteche che ogni tanto tirano fuori una rassegna per intenditori con film sconosciuti ai più, di registi sconosciuti ai più, film che dovrebbero piacere a gente di cultura, gente che sa apprezzare i particolari, a cui non importa niente del lieto fine ma che tanto ama spender chiacchiere sulle inquadrature, la fotografia, l'espressività dell'occhio destro del protagonista e le arricciature del naso della comparsa in primo piano.
Si, quei vecchi cinema - vecchi per modo di dire - con salette senza fronzoli, dalle pareti giallognole (o grigie, mica son proprio tutti uguali) dove magari spicca il manifesto di un film così vecchio che ti sembra di ricordarlo come provenisse da un sogno; è un manifesto di quando ancora i manifesti li affidavano alle mani degli illustratori e con un'immagine, un titolo e un carattere tipografico sapevano raccontarti intere storie.

Ecco, se anche tu hai messo piede in una di queste cineteche o l'hai immaginata per benino, io proseguirei con l'ammettere che in realtà la descrizione della stanza non è poi così fondamentale. Perdonami e trova la pazienza di proseguire.

Succede che una sera, proprio in una di queste rassegne, proiettano un film d'animazione e mi ritrovo a vederlo quasi per caso.
Capiamoci: mi piace l'animazione e vado spesso in cineteca, ma di solito ci vado nel mezzo della settimana, al di là del film in programma; una sorta di appuntamento fisso che serve a farmi apprezzare il mercoledì.
Adesso però succede che mi ritrovo in cineteca il venerdì sera, non chiedermi il perché, e mi ci ritrovo da sola. Da sola, certo. Non mi serve nessuna compagnia per guardare un film.


Eccomi dunque nella saletta giallognola che è piena di persone adulte; posso scorgere alcuni anziani, coppie, single, amici maschi in fila per tre e amiche femmine in fila per quattro, ma soprattutto spiccano loro, i signori distinti che vanno in cineteca, quelli di mezza età (che forse in realtà si tratta di età avanzata ma lo sai anche tu che questi signori hanno l'obbligo di curarsi e ingraziosirsi perché la cultura deve essere fine e raffinata).
In mezzo ci sono anche quattro bimbe. Si, ho scritto quattro e intendo esattamente quattro.
Quattro bimbe che le conti sulle dita di una mano e vedi che ti avanza un dito per la bambina che non è potuta essere qui (la solita vecchia storia del terremoto, dell'inondazione e dell'invasione di cavallette).
Quattro bimbe sedute ognuna con la sua mamma o con il suo papà, in file diverse e in zone diverse della sala.

Adesso occorre che ti metti nei miei panni e che ti immagini per bene di ritrovarti lì, in quarta fila, sulla sinistra dello schermo - per colpa del caso, del destino o per abitudine - sei lì e ti guardi anche tu novanta minuti di immagini e musiche, di colori pastello e scenari delicati. E' una storia che profuma di Francia e poi di Scozia, di Edimburgo ma anche un po' di casa.
Un film che parla della magia e di un mago - un illusionista a esser precisi - e della bambina che crede alla magia ma ci crede davvero, come si trattasse di una manna che risolve i problemi. Ci crede così tanto che segue il mago e va a vivere con lui quasi fosse sua figlia.
Poi scopre che la vita non è fatta solo di conigli che scompaiono e bicchieri di vino che si riempiono dal nulla, nella vita ci sono anche altre magie; ad esempio c'è la magia dove indossando le scarpine belle diventi più bella anche tu, o dove basta camminare facendo svolazzare il vestitino carino che ti ritrovi un po' più donna, una specie di fatina, un elfetta, una folletta, perché con quel vestitino addosso ti senti un po' magica, chissà perché succede ma succede.

Intanto gli affari del mago vanno male, entrano ed escono nuovi personaggi - alcuni contano qualcosa altri sono solo comparsate, come nella vita del resto - la bambina è sempre più una donnetta ma alla magia ci crede ancora, il mago non vuole deluderla, i brodi caldi salvano vite umane, i conigli mordono e tu stai guardando un film che profuma di poesia in ogni inquadratura.
Il ritmo è lento, i dialoghi quasi inesistenti, ma non ti annoi, anzi, ti sembra quasi di appartenere alla storia.

Arriva il finale, che non è lieto ma nemmeno drammatico, arriva il finale e ti resta dentro un emozione, di quelle difficili da descrivere tant'è che proprio non ci riesci, la senti che vorrebbe sbucar fuori da qualche parte ma non può; assieme a lei non c'è commozione, non c'è tristezza, non c'è allegria. E' solo un'emozione spoglia ma piena, colma, che resta lì a traballare come l'ultimo petalo o l'ultima foglia, scegli un po' tu.

Due manine si uniscono e parte un clap clap clap delicato, a basso volume, sembra quasi di sognarlo.
Ti guardi intorno ed è lei, quella scricciolina bionda seduta davanti a te, sulle braccia della mamma, che applaude.
Sporgi il capo, la osservi meglio nel buio della sala, è lì che batte le mani e clao clap clap; senza timidezza e senza esaltazione, è solo un applauso piccolo, nato da mani piccole, dal suono piccolo.
Poi eccole, si aggiungono le altre manine e adesso le quattro bimbe sono tutte lì che battono i palmi in modo scoordinato e accompagnano le musiche finali, ognuna seguendo un ritmo tutto suo mentre noi altri iniziamo a scambiarci mezzi sorrisi d'intesa, come a dire "che carini i bambini, che teneri, ma chissà se ci hanno capito qualcosa".

No, aspetti signora, aspetti signore, non fraintendetemi, il mio sorriso non dice questo.

Perché vede signora, vede signore, io di solito gli applausi al cinema li trovo odiosi, inutili, faziosi, una sorta di sublimazione dello status sociale, sia quando scrosciano dopo i film truzzoni, sia quando sfociano a chiusura dei film culturali.
I film d'animazione non li ho mai visti applaudire perché i grandi devono trovarci dentro l'arte, la morale, lo scopo educativo, o se si tratta di film più ricercati devono analizzare le musiche, la regia, la colorazione.
Un adulto non applaude mai dopo un film di animazione e l'ho capito adesso; questi film li possono applaudire solo i bambini, con un applauso vero, liberatorio, senza foga, un applauso nato spontaneo, isolato, che poteva essere seguito solo da altri bimbi, quelli che han capito il film nascosto dentro il film, quelli che han sentito battere il cuoricino e han voluto replicarne il tam tam con il suono delle mani che battono una sull'altra.

Il mio sorriso, gentili signori, è un grazie.
Un grazie a quelle manine che hanno dato un suono, un significato, una vita a quell'emozione che stava per morirmi tra le mani. Se mi fossi alzata dalla sedia come al solito - lo so perché è successo altre volte - l'avrei uccisa, stroncata, dimenticata. Avrei raccontato il film agli amici e alle amiche, lo avrei consigliato dicendo "bello, vai a guardarlo anche tu, ha dei gran paesaggi... le musiche... i colori... la regia".
Invece adesso ho costruito un ricordo, ho trovato l'incanto e ho imparato cose.

Tornando verso casa, mentre camminavo con il vento freddo che mi sbatteva negli occhi e mi scompigliava i capelli, sapevo di avere un sorriso ebete in faccia, il sorriso di chi ha appena assistito a qualcosa di inaspettato e di bello ma non lo può raccontare.
Non lo può raccontare? no, credimi.

Questa è una di quelle storie che se viene raccontata la prosciughi, la rendi banale, ne uccidi ogni meraviglia.
Una storia come questa non la puoi dire a nessuno, una storia come questa la puoi solo scrivere, magari su quel vecchio blog che tre giorni fa meditavi di cancellare ma, se fino ad oggi è rimasto in vita, a qualcosa, diamine, può ancora servire.

La magia non esiste, scrive l'illusionista alla fine del film.
Se per un attimo, leggendo, hai sorriso anche tu - credimi ancora una volta - possiamo permetterci di contrariarlo.


[Note: il film si intitola L'Illusionista, regia di Sylvain Chomet]

domenica 28 settembre 2008

Lo Specchio della Foresta Nera

Oltre le mura del villaggio, in direzione nord-ovest, sorge una grande foresta di alberi neri.
Te la ritrovi in faccia quasi all'improvviso poiché per giungervi occorre attraversare una lunga serie di collinette e avvallamenti che ne nascondono la vista durante il cammino. Esci dal villaggio e trovi un piccola salita, poi scendi, risali e scendi, passi il fiumiciattolo che nelle stagioni calde non è altro che un minuscolo rigagnolo, attraversi un prato di papaveri, risali e poi quando ti trovi nel punto più alto, appare alla tua vista la vallata con la nera foresta.
I tronchi degli alberi sono scuri e le foglie color del carbone che più non brucia. Nel villaggio raccontano come negli anni passati la foresta fosse verde e rigogliosa; poi arrivò una notte terribile, in cui il cielo si tinse di bagliori rossastri e la brace prese il posto di pietre e fili d'erba. La foresta bruciò come se si trovasse all'interno di una fornace, tutta insieme, unita nel mostruoso falò, senza che il fuoco sfiorasse appena l'ambiente circostante.
Raccontano, i vecchi del villaggio, che all'interno della foresta viveva una vecchia donna, o almeno, pensavano fosse vecchia a causa della voce roca e della schiena curva; tuttavia nessuno ne aveva mai visto il viso, sempre ben nascosto dall'ampio cappuccio del mantello.
Quando la foresta fu divorata dalle fiamme, della vecchia si perse ogni traccia. Nessuno, negli anni a seguire, osò varcare la soglia delimitata dagli alberi bruciati; il loro aspetto irreale incuteva timore.
Nonostante avessero arso per ore intere, si erano rifiutati di dissolversi in cenere. I tronchi restavano ritti, le foglie attaccate ai rami, le radici ben salde nel terreno. Ma erano neri, come l'ombra, come la tenebra, come il carbone spento.
Ma oggi, sotto il cielo terso di un giorno d'estate di rossi papaveri, la piccola Gaia si era spinta sul limitare della foresta, ben intenzionata a violarla. Il nonno le aveva raccontato nuovamente la storia dell'incendio, ripetendo le stesse parole di ogni volta, ma poi si era intromessa nel racconto la nonna, che passava di là con le braccia colme di zucchine; si era fermata, aveva ascoltato pochi istanti e: "questa storia è davvero affascinante ma io trovo ancor più misterioso che nessuno sia mai andato a recuperare lo specchio della vecchia signora!". "Quale specchio?" - aveva chiesto la bimba sgranando gli occhi, entusiasta per la scoperta di un nuovo particolare della sua storia preferita. La nonna sedette accanto a lei e continuò: "Lo specchio che la vecchia nascondeva in casa sua. Il fruttivendolo e il ricottaro, che si recavano spesso nella foresta per venderle le loro mercanzie, raccontarono nel villaggio di come la vecchia tenesse uno specchio, coperto da un telo rosso, all'interno della casa. Una volta, uno dei due, non ricordo bene chi, le aveva anche chiesto cosa nascondesse dietro il telo. Lei rispose che si trattava di uno specchio, ma preferiva tenerlo così, per evitare di osservare la propria immagine riflessa". "E perché dici che era magico nonna?" - "Ah, non lo dico io, ma lo disse l'intero villaggio, per giorni e giorni... Perché una volta uno dei due venditori, anche qui non mi ricordo quale dei due, le chiese di vederlo ma la vecchina, dopo quella richiesta, lo sbatté fuori di casa in malo modo. Poi arrivò l'incendio. Ho sempre pensato che qualche comitiva di comari curiose sarebbe andata a recuperarlo, ma così non è stato" - "Perché si tratta di frottole! - sbraitò il vecchio nonno e così facendo, concluse il racconto della nonna per proseguire con la storia degli alberi che bruciarono diventando neri.

Ormai il danno era fatto.
Mai rivelare ai bambini l'esistenza di cose misteriose e poi chiudere con la parola "frottole" o "stupide fantasie" o "sciocche bugie".
I bambini si sentono in dovere di svelare l'arcano, affinché gli adulti non incorrano in errori di valutazione.
La piccola Gaia si inoltrò nella foresta, per scoprire quale dei due nonni aveva ragione.
L'interno della foresta nera era tetro più di quanto la bimba avesse immaginato.
Nero il sentiero, neri gli alberi, non un verso di animale. Dall'alto riusciva a far breccia qualche raggio di sole che nello scendere in basso si trasformava in una luce tenue e irreale, grigia e polverosa, a volte fluttuante come vapore.
Il cuore della bimba batteva forte, si guardava attorno con sospetto, cercava di porgere attenzione a dove posava i piedi, ma era tutto nero e la poca luce non riusciva a difenderla dagli ostacoli.
Cadde tre volte, e nel cadere sentì la fuliggine avvolgerla. Starnutì. Poi si alzò e si guardò le mani, nere come la pece. Anche le ginocchia erano diventate nere e probabilmente anche il volto; più volte si era toccata in viso per darsi qualche buffetto tranquillizzante.
Tuttavia non tornò indietro, procedette determinata come un soldato in guerra dal cui buon esito della missione dipendono molte vite umane.
Cammina, cammina, eccola distinguere finalmente qualcosa che non sembrava un albero. Un enorme blocco grigio, un pezzo unico, come una parete. La casa della vecchia.
Gaia iniziò a correre per giungervi il più in fretta possibile, il cuore impazzava, scappava come fosse seguita dagli alberi tutti della foresta, come se qualcuno o qualcosa volesse impedirle l'ingresso nella casa.
Corse, corse, corse, sbatté quasi contro la porta non riuscendo a fermarsi del tutto nello slancio, tirò in basso la maniglia, aprì, entrò, chiuse!
Adesso era immobile, con le spalle al muro, mentre tentava di calmarsi. Il respiro era un po affannato, ma lo controllava; il rumore frenetico del battito del cuore le balzò all'orecchio.
L'interno della casa era più luminoso dell'intera foresta. Nel bel mezzo del soffitto c'era un grande buco, probabilmente provocato dall'incendio: il tetto era crollato ed ora entrava un raggio di sole tiepido. Gaia camminò fin sotto il buco, guardò in alto e vide alcuni rami pieni di foglie far capolino sulla strettoia, sopra di loro il cielo ed il sole.
Tranquillizzata dalla presenza della luce, iniziò a guardarsi attorno.
Non ci volle molte: il velo rosso era l'unico colore che spiccava in quella casa grigia e consumata dalla notte.
Si avvicinò alla parete, prima di scostarlo si fermò ad ascoltare il suo stesso respiro per diverse volte.
Poi inghiottì il rospo ed aprì!

Che orrore! urlò e balzò indietro; nel mentre si rese conto di non aver visto altro che se stessa, nera come un legno bruciato.
Con le mani affumicate scostò i capelli dagli occhi e si riavvicinò allo specchio per guardare.
* * *
"Tesoro, cos'è questo?" - chiese il ragazzo voltandosi con un dolce sguardo, uno di quelli che riescon bene solo agli innamorati.
"E' il vecchio specchio di mia nonna... mia mamma dice che deve stare coperto dal telo, perché può essere pericoloso" - rispose la fanciulla senza voltarsi. Stava sistemando una ciocca ribelle che sfuggiva dalla treccia, che fastidio! "Pericoloso? e perché mai?" - "Non lo so.. ma la mamma non sopporta la sua vista. Dice che è maledetto, che la nonna ha infuso in questo specchio tutto il suo dolore" - "Ma di cosa parli? che dolore?" incalzò il ragazzo. "Quello che lei sopportò quando uccisero sua figlia, la sorella maggiore di mia madre. La trovarono nella foresta, straziata... fu aggredita da qualcuno.. non sappiamo chi... venne trovata sanguinante, ferita nel viso e nel corpo. Il medico disse che era stata uccisa lentamente, con molte sofferenze. Mia nonna si ammalò dal dolore e non si riprese più. La mamma ricorda come negli ultimi giorni continuava a guardarsi in questo specchio, cercando nei suoi stessi occhi risposte che non potevano arrivare, consumandosi nella sua immagine riflessa, infondendo tutta la sua sofferenza nel volto che viveva nell'altro lato dello specchio. Mia mamma, dopo la morte della nonna, non è più riuscita ad utilizzarlo. Ci provò, ma dice che lo specchio le provocava sofferenza, come se le facesse percepire del dolore; non il suo, ma quello degli altri, quello che lei aveva provocat.." - "Ahahahah, ma che sciocchezza... dai! Mi spiace per la tua povera zia, davvero una brutta fine, ma poi non puoi raccontarmi una storia simile. Lo specchio magico, ma và! E' ovvio che la povera nonna perse la ragione a causa dal dolore, ma da qui, a sentire il dolore altrui nello specchio.. " - "La mamma dice che la nonna poteva sentire il dolore provato dalla zia, è per questo che non riusciva a smettere di piangere, di star male, di guardarlo, per soffrire come lei, con lei.." - "Amore, ma tu ci credi?" - adesso la guardava incredulo - "credi davvero a queste storie che parlano di maledizioni, oggetti magici, fantasmi o stregonerie varie?" - "non lo so... non lo so se ci credo, ma non mi va di guardare quello specchio! Gli oggetti si portano dietro qualcosa di chi li ha posseduti. Le case odorano dei loro proprietari, un oggetto può anche trasmettere dolor..No! FERMATI!!"
Troppo tardi.
Mentre la fanciulla parlava, il ragazzo si era portato davanti lo specchio e aveva sospinto via il velo.
In un solo attimo il suo viso divenne pallido, gli occhi sbarrati. Dalla bocca spalancata colò via un filo di bava, rimase impietrito, con i muscoli tirati e le mani tremanti. Lui non aveva urlato e non urlò. Fu come uno schianto improvviso.
Uno schianto come quello della sera in cui aveva rubato la macchina di suo padre, a 15 anni, per fare un giro con gli amici. Si stavano divertendo, erano tutti a casa sua perché i "vecchi" cenavano fuori. Avevano giocato a carte, bevuto un po, poi qualcuno aveva tirato fuori l'idea della bravata "prendiamo la macchina di tuo padre e facciamo un giro?".
Il genitore, sempre molto rigido, proprio quel pomeriggio lo aveva punito severamente per l'ennesima sciocchezza. Forse fu una punta di vendetta a spingerlo ad accettare. Solo un piccolo giro nei dintorni, per dimostrare agli amici quanto fosse vero che lui sapeva già guidare, per far un dispetto ai due "vecchi" ignari; l'orgoglio lo reclamava a gran voce.
Il ristorante in cui cenavano era lì vicino, i genitori avevano approfittato della bella serata e della luna piena per far due passi a piedi. Bastava evitare la strada che portava davanti il ristorante. E poi tornare in fretta, prima del loro rientro. Solo un giro veloce.
Il giro in macchina non andò come sperato, però sì, fu veloce. Subito dopo la prima curva, un uomo apparve nella sua traiettoria: frenò, di botto! Una puzza terribile invase l'abitacolo, come di bruciato. Gli amici, fino a pochi istanti ridenti e vivaci, tacevano in preda alla paura. Aveva frenato in tempo, un miracolo, pensò.
Un vecchio uomo si trovava adesso proprio di fronte al muso della macchina: aveva gli occhi sbarrati, era immobile. Il suo volto era illuminato dai fari, il giovane lo riconobbe: si trattava del vecchio pazzo del paese, che di notte amava passeggiare ai bordi delle strade illuminate dalla luna. Quella sera era appena uscito di casa, qualche passo rilassante, poi... il terrore!
Il ragazzo si era fermato in tempo, non lo aveva ucciso! Poi, in preda al panico totale, senza dire una sola parola, inserì la retromarcia, poi la prima, ripartì, spinse sull'acceleratore e fuggì nella notte.
E il vecchio? Lo lasciò lì, tremante, con la bocca spalancata.
Il mattino seguente lo trovarono morto, ai piedi del suo letto.
Infarto - fu il referto del dottore - probabilmente la morte lo aveva colto mentre tentava di giungere al suo giaciglio, forse si era sentito poco bene e aveva desiderato stendersi.
Nessuno seppe nient'altro su quella notte, nessuno vide. Gli amici lo consolarono: era vecchio, sarebbe morto lo stesso, non è stata colpa tua. E poi tacquero.
Chissà se la morte per infarto è dolorosa... chissà se ha sofferto nel tornare a casa sua.. e se ci fossimo fermati? Queste domande, il ragazzo, se l'era poste per anni... di fronte allo specchio magico, aveva trovato infine le risposte.
* * *
Gaia urlò, pianse, si tirò i riccioli inceneriti, strepitò, prese a pugni lo specchio, pianse e pianse.
Tutto il dolore che aveva provocato ad altri bambini con le sue prese in giro, alla mamma con le sue marachelle, ai piccoli animali che torturava, tutto quel dolore, le arrivò nel cuore concentrato in un solo colpo. Non capiva bene cosa stava accadendo, ma all'improvviso le sembrava di ritrovarsi dentro il cuore di sua mamma, all'interno del cuore della rondinella colpita dalla fionda, nel cuore terrorizzato del topo che affogava, nel cuore afflitto della bambina scema della sua classe, quella che i maestri chiamavano autistica e che per lei era solo una rimbambita.
Soffrì e pianse, pianse; si sentì sul punto di morire, sul punto di volersi uccidere per non soffrire ancora così. Era diventata la vittima di tutto il suo stesso male.
Passarono ore. Quando il sole smise di entrare nella stanza, si rialzò; meccanicamente coprì lo specchio, corse alla porta, aprì: era tutto buio, più di prima. Ma la strada che aveva percorso per arrivare alla casa era dritta, o almeno così ricordava, bastava procedere dritto avanti a se e iniziò a correre. Ma non è facile andare dritti quando le radici ti ostacolano, quando gli alberi ti fan deviare e quando ti rendi conto che forse nemmeno all'andata procedevi in linea retta.
Per sua fortuna nel villaggio si erano allarmati, i nonni non la videro tornare, la mamma si preoccupò, il papà prese con se gli amici e i parenti e partì verso la foresta.
Nel villaggio non l'avevano trovata e i nonni si ricordarono che la curiosità della nipotina era forte, così come forte era il mistero ed il fascino della vecchia foresta, di cui voleva sempre sentir parlare.
Gaia vide delle luci in lontananza e iniziò a urlare; aveva paura, non sapeva cosa fossero esattamente quei bagliori, ma nello stesso tempo sperava che qualcuno fosse arrivato a cercarla.
In due minuti si ritrovò tra le braccia del panciuto fornaio.
Non raccontò a nessuno i dettagli della sua avventura.
"La casa della vecchia era tutta bruciata, non è rimasto niente la dentro" - balbettava sotto le coperte, mentre la sua mamma le stringeva la piccola mano. "E così ci hai fatti preoccupare per nulla, eh?" - la donna le diede un buffetto sulla guancia, poi le tirò su le coperte; aveva perdonato l'agnellino nel momento stesso in cui la testina nera si era affacciata nell'ovile.
"Niente mamma, non c'era niente.."
Gaia temeva che qualcuno potesse imitarla. Lo specchio la spaventava. Era terribile. Nessuno doveva provare, conoscere quel dolore; nessuno. Si imbucò sotto le lenzuola e poi, pian piano, cadde addormentata; il suo piccolo cuore era affaticato, la dolce nenia della mamma lo accoglieva come in un abbraccio di luce.
La piccola Gaia crescerà e con il passare degli anni si chiederà più volte se l'avventura della foresta sia stata reale o meno. Non riuscirà più a stabilire se ciò che ha visto nello specchio è stato il frutto di una fantasia dettata dalle circostanze, o se invece lei provò davvero tutto quel dolore.
Un giorno, da adulta, tornerà in quella piccola casa grigia, forse in compagnia del suo cane. Prenderà lo specchio, senza guardarci dentro, e lo distruggerà in mille piccole scaglie.
Se quella magia era stata solo il frutto di una sua fantasia, lo specchio non aveva nessuna importanza: se invece tutto era accaduto veramente, allora doveva essere distrutto. E dimenticato.
Dopo, Gaia, non tornerà più nella foresta, non racconterà a nessuno strane storie di specchi e vecchie misteriose. Ai suoi figli non narrerà fiabe che in qualche modo possano ricondursi a quella casa.
La vecchia faceva bene a tenerlo nascosto, a non rivelarne il potere. Perché poi la gente ha voglia di provare. Incredula o curiosa, ha voglia di provare.
Forse la vecchia lo aveva guardato più volte... o qualcuno a lei caro lo avevo provato. E lei, da allora, non aveva più voluto che altri soffrissero così tanto. Lei sapeva che il troppo dolore può uccidere.
Gaia avrebbe seguito il suo esempio. Se lo promise quella notte, mentre nel suo letto stringeva la mano materna.
"Niente mamma, non c'era niente.."