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mercoledì 24 dicembre 2008

un addio, un benvenuto, un arrivederci

Ci avviciniamo alla fine, arriva per tutti, anche per te.

Sei stato un anno difficile e bello, tanto mi hai dato, tanto mi hai tolto.

Spero di averti dato qualcosa di buono anche io: in tal caso, passa tutto al fratello tuo che sta per arrivare, affinché si conservi traccia.
Le cose brutte non cancellarle, ma tienile per te. Io cercherò di porvi rimedio e, semmai ci riesco, poi le passiamo nelle mani dell'altro fratello ancora.

Siete tanti, sembra che non finiate mai.
E ognuno deve aver memoria di quando il precedente ha visto e sentito.

Ma le cose brutte lasciamole indietro, affinché nessuno desideri emularle.
Io, noi, cercheremo di porvi rimedio.
Sbagliandone altre, forse, ma cercheremo di porvi rimedio.




Buon 2009 a tutti voi.

Ci si legge a gennaio.

lunedì 28 luglio 2008

voglia di mare..

Ultimamente questo blog piange.
L'ho trascurato un pochino, è vero.
Ma del resto non mi sono mai imposta una cadenza fissa, non programmo i post, non voglio essere vincolata, almeno non qui dentro.

Questo non è un blog aziendale, non devo costruirmi un immagine, non devo promuovermi, non mi sono prefissa degli scopi.

Quindi posto quando ne sento il bisogno, quando ne ho voglia, se ho qualcosa da dire, se ho il tempo di dirla.
Solo che se a mancare è lui, il tempo, passa anche la voglia.

Ho bisogno di vacanze, di tornare nella mia casa natia e nel mio paesino.
Desidero fare il bagno in mare (perché ancora, dopo 6 anni, il bagno nel mare di Rimini mi rifiuto di farlo - questa città la adoro per tanti motivi, ma il mare proprio no ed è inutile che amici e colleghi continuino a stressarmi con il solito "ma come sei bianca... ma non vai al mare?")!

Il mare che desidero è quello che sbatte sulla spiaggia selvatica della mia terra.

Se riesco, anche quest'anno farò un giro all'Isola di Dino e alla sua splendida Grotta Azzurra, dove l'acqua è turchese e la roccia attorno brilla di luce celestiale.

Il mare rilassa, pulisce, svuota. Dopo ogni bella nuotata, spossata dalla fatica, mi piace distendermi al sole e chiudere gli occhi.

In quegli istanti riesco a non pensare.

Ascolto solo l'onda che si infrange, che mi culla.
L'udito prende il sopravvento sugli altri sensi e mi ritrovo in balia dell'eterno canto del mare.

Fatico ad aggiornare il blog perché in questi giorni son troppo nostalgica.

Vi parlerei solo delle mie vecchie estati, dove tre sorelline si rincorrevano sulla spiaggia che ardeva come l'aria attorno all'Etna nei periodi di attività.
Giocavamo, ridevamo, ci inventavamo storie e le interpretavamo.
Sorrido solo a ripensarci.

Ogni anno, nell'attesa del ritorno estivo, annego sempre in queste liete nostalgie.
Ed è uno dei motivi per i quali in estate scrivo così poco.

Si annega meglio in silenzio.

mercoledì 25 giugno 2008

parole inutili

Succede, neanche troppo raramente, di incontrare parole e testi capaci di suscitare riflessioni o di mettere in moto pensieri e ricordi.
Oggi pomeriggio ho trovato questo. L'ho letto e poi riletto, l'ho meditato.
Ho interrogato me stessa sul mio rapporto con la scrittura.
Ho rivisto tutte le lettere composte per amici o persone a me care, mai inviate, mai consegnate.

Parole e messaggi incisi su fogli sparsi dopo un litigio, dopo una notte di confidenze, dopo una giornata allegra, dopo essermi scoperta innamorata, dopo incomprensioni e momenti di rabbia.

Ma i destinatari, quelle parole dedicate a loro, non le hanno mai lette.
Quegli scritti finivano inevitabilmente rinchiusi nei cassetti o raccolti tra le pagine dei taccuini.
Dimenticati mai. A volte li ho trasformati in piccoli racconti, altre volte son diventanti post di questo blog.
Altre ancora restano lì, come lettere prive di francobollo non accettate all'ufficio postale.

Amo scrivere, imprimere su carta riflessioni o ricordi.
Ma di quelle parole sono gelosa. Anzi, è proprio la consapevolezza che nessuna di quelle lettere verrà mai stretta dalle mani del destinatario a liberarmi e svincolarmi da remore o timori.
Questi scritti mi aiutano a mettere ordine tra i pensieri, a tracciare il punto della situazione, a comprendere la natura dei miei sentimenti e delle paure.
Scavo in me stessa scoprendomi all'Altro, ma in realtà per lui non sarò mai spoglia.

Eppure adesso mi sento a disagio. E' come se una vocetta nascosta si divertisse a sussurrami che il mio rapporto con la scrittura è incompleto.
Gli manca un passaggio.
Quello in cui il fiume si getta nel grande mare.
Manca la verità, il confronto, il coraggio.
Ogni dichiarazione d'amore si sente inutile se non c'è un'Amato ad ascoltarla.

Diverso è il rapporto instaurato con la scrittura quando in mezzo c'è la parola lavoro.
In quel caso è proprio la consapevolezza di essere letta a darmi la spinta necessaria.
Lo scopo è far giungere un messaggio.
Il mio compito è trovare il modo migliore per trasmetterlo.
Ciò è stimolo, è forza, è sfida.

Ma in questo istante c'è un urlo di poesie sepolte e parole svanite che mi tormenta il cuore.

martedì 10 giugno 2008

con mente libera

L'Oroscopo che Rob Brezsny ha scritto per i Gemelli, nella settimana che va dal 6 al 12 giugno, mi piace veramente tanto!

"La verità è sempre più interessante di quello che ci aspettiamo", racconta il giornalista Steven Levy. I cronisti "non dovrebbero avere gli articoli già scritti in testa. I preconcetti spesso ci nascondono la ricchezza e l'umanità delle cose reali, che siamo in grado di cogliere solo quando ascoltiamo veramente le persone e ci avviciniamo al mondo con mente libera". Il consiglio di Levy è utile anche per chi non fa il giornalista. In particolare per te, Gemelli. Dovunque andrai, in questo periodo saprai accettare lo shock salutare delle novità.

Si, c'è aria di novità in questo periodo; nuove strade si aprono dinanzi i miei occhi e il loro orizzonte mi intimorisce e incuriosisce allo stesso tempo.
Mi piace pensare che la verità che troverò sarà più interessante, ci voglio credere. E' un bell'augurio.
Voglio incamminarmi con mente libera, leggera, strappandomi di dosso le supposizioni e le congetture.

Camminerò ascoltando solo il colore del cielo cantare.

giovedì 29 maggio 2008

Strade....

Succede che mentre percorri serenamente un sentiero, all'improvviso qualcuno ti chiama per indicartene un altro.
Basta un'occhiata svelta per notare come quello nuovo sia decisamente attraente.
Solo una persona poco perspicace potrebbe non coglierne il fascino, la sicurezza e il vasto orizzonte.

SentieroPerò su quello vecchio crescevano alberi di ciliegio e gli uccellini sorridevano cinguettando.
I rami frondosi proteggevano dal troppo sole, lasciando filtrare dolce brezza.
Era bello passeggiare in quella stradina, anche perché tutti i compagni di viaggio incontrati eran gioviali e affettuosi; dai pericoli del cammino e dagli sbalzi del terreno ti proteggevano con discrezione.

Ma il nuovo sentiero prometteva un vasto orizzonte.
E non servivano compagni di viaggio protettivi, perché la strada era piana e senza ostacolo alcuno.

Succede che ti ritrovi a dover scegliere se cambiare strada o restare.
Lo sai bene che ogni treno che passa va preso, che la vita è un costante mutamento e che i veri compagni di viaggio sono con te anche se ti trovi altrove.

Eppure, lasciare il sentiero degli alberi di ciliegio, è terribilmente straziante.

e il cuore si frantuma come onda sugli scogli

Tramonto d'onde sulle rocce

Come può uno scoglio
arginare il mare
anche se non voglio
torno già a volare.
Le distese azzurre
e le verdi terre.
Le discese ardite
e le risalite
su nel cielo aperto
e poi giù il deserto
e poi ancora in alto
con un grande salto.


(Io Vorrei...Non Vorrei...Ma se Vuoi - Battisti/Mogol)

giovedì 22 maggio 2008

Un anno di Blog

E' trascorso un anno da quando scrissi le prime parole in questo blog che ancora oggi amo chiamare il mio giardino.

Un anno in cui un cuore di crisalide ha provato il volo di farfalla.

Nel maggio scorso mi sembrava di attraversare una foresta scura e piena di rovi, dove ogni passo corrispondeva ad un nuovo graffio, senza dolore però, solo il sangue scendeva.

Precipitavo indolente nel cuore di questa selva incolta, speravo infine di trovarmi, di afferrarmi e obbligarmi ad una scelta. Lasciar procedere il passo o tornare indietro?
Il mio cuore traboccava di nostalgia malata verso la casa natia.
Mi sentivo in bilico, sul punto più alto di un valico. Camminavo dritta, avanti a me, mai a destra e ne a sinistra, appassivo e rifiorivo in un soffio di vento, incessantemente, non sapevo alzarmi del tutto e nemmeno cadere fino a toccare il fondo.
Procedevo attirata dal silenzio del nulla, il mio corpo ubriaco di sonno anelava ad un sogno.

Ma tutto muta col tempo. Lo so e lo sapevo.
Cambia la vita delle persone al mio fianco, cambia la mia.
Un abbraccio insicuro diventa forte come roccia, un argine si disfa, una corsa verso il mare, una partenza che oggi è un ritorno, qualcuno che affonda, qualcuno che scala montagne, chi avvizzisce, chi si innalza, chi più non si muove.
Attorno a vortici di emozione danzo e tremo, oggi come ieri e come domani.

E' stato un inverno caldo quello del 2007; caldo era il vento che soffiava e caldo il sole di gennaio, calda l'aria primaverile, scottante quella di maggio. E a maggio, ricordo, bruciavo anche io di insicurezze e paure, con i capelli aggrovigliati dalle troppe carezze e l'orecchio ad ascoltarti il cuore.

E' passato un anno da quando sono entrata in questo giardino per guardare la luna. Tu invece ci sei entrato senza volerlo: ti ho condotto qui attraverso parole nate nel cuore della notte.

Mi hai tenuto compagnia anche quando non eri presente.

Sei qui anche adesso, mentre celebro un anno di vita e colori, per sorreggermi dalle vertigini e porgermi sfumature mancanti.

mercoledì 23 aprile 2008

Le posso dire Grazie?

Quanto
sono irritanti quei passeggeri che all'improvviso urlano "Dietrooo"?
Nel momento in cui l'autobus si era fermato, l'autista ha aperto la porta anteriore per far salire, la porta centrale per far scendere. Quella in fondo all'autobus è rimasta chiusa, non per capriccio o dimenticanza, ma semplicemente perché nessuna delle persone sedute in fondo ha spinto il pulsante rosso che "chiama" la fermata.
Quelli del centro han suonato. Quelli seduti indietro no.
E adesso c'è un tizio che urla "Dietrooo", proprio quando l'autobus sta per ripartire; ha un accento slavo per giunta.
No, diamine, qui dentro non urla nessuno e soprattutto nessuno avanza pretese senza prima chiedere come si deve, non sono il servo di nessuno io, men che meno di uno straniero!
Questo pensiero deve aver attraversato in un lampo la mente dell'autista perché allo scoppio del "Dietrooo" lo vedo voltarsi con un ghigno cagnesco e sento urlare: CHE CAZZO VUOI? SE VUOI CHE TI APRO DIETRO DEVI SUONARE!!"
Mi volto, in fondo c'è un uomo e una donna con un bimbo in carrozzina.
Muti.
Era lei che doveva scendere, lui ne ha solo notato la difficoltà a muoversi agilmente.
Lei non ha strillato, ma probabilmente dev'esserle passata un espressione di sconforto sul viso e la voce dell'uomo si è sguinzagliata al suo posto senza troppi freni.
Un graffio feroce all'orgoglio è ciò che provoca la vista dei due passeggeri all'autista; nervoso e imbarazzato si gira in avanti, apre la porta chiusa, poi si abbandona ad un nuovo urlo: "IO NON POSSO SOGNARMI QUANDO DOVETE SCENDERE E DA DOVE! DOVETE SUONARE!"
L'uomo aiuta la donna a scendere. Poi siede. La porta posteriore si richiude.
Stiamo per ripartire, ma la voce slava si alza di nuovo... "Grazie".

Vale
quanto e più di un uomo la giovane donna che sale sull'autobus con bimbo in carrozzina e due sportine della spesa belle piene.
Quando l'autobus le si ferma dinanzi, stringe la plastica tagliente delle sportine, si appoggia alla carrozzina tirandola all'indietro affinché le ruote anteriori si alzino, appoggia queste ultime sull'autobus e poi la solleva con forza entrando trionfante sul mezzo di trasporto arancione.
Posiziona la carrozzina accanto ad un sedile e si siede anche lei.
Una fermata, due, poi tre. All'improvviso la mamma salta su e a voce strozzata sibila alto un "si fermi". Era distratta, troppo tardi ha riconosciuto la fermata.
Ma ecco la voce burbera del conducente: "la faccio scendere, si tenga pronta".
Non c'è molto traffico, la strada tranquilla.
L'autobus si ferma di fonte ad un marciapiede un po alto, la donna sorride e regala un "Grazie, grazie mille" che risuona di gioia.
La stessa voce dello stesso conducente, non più burbera, consiglia: "stia attenta, c'è il maciapiede".
La donna scende, senza problemi. Vale quanto e più di un uomo nel maneggiare carrozzina e sportine pesanti.
Dopo qualche minuto l'autobus giunge ad una nuova fermata. Sale un po di gente.
Una voce gentile d'autista dice "buongiorno".

Un
po malferma sulle gambe ma vivace nel viso.
Si alza e si dirige alla porta centrale dell'autobus; fortuna che la strada è dritta e il conducente delicato nella guida.
"mi scusi - strilla la signora con voce roca, malferma quasi quanto le gambe - per la Posta devo scendere alla prossima?"
Il ragazzo che tiene il volante in mano getta un'occhiata furtiva all'anziana donna attraverso lo specchietto. Poi volge lo sguardo in avanti, sta per accennare una risposta quando la signora strilla nuovamente con tono lamentoso "non so dove scendere e non posso camminare molto! ".
Il ragazzo tace. La signora tace. Tutto tace, tranne il rumore portentoso del mezzo in velocità.
Ma ecco l'autista che accosta.
"Scenda adesso Signora - tono affettuoso, voce gentile - la Posta è qua di fronte", si ferma.
Veloci si aprono le porte, lei si accinge a scendere come meglio può, ma prima di varcare la porta, si volta verso il ragazzo alla guida e "Le posso dire Grazie, giovane? E' stato molto buono, le auguro un ottima giornata".
Mi stupisce la sua fierezza nel pronunciare queste parole. Non più implorante, senza strilli, ma ferma e colma di una riconoscenza vera.
Un piccolo gesto. Un augurio sincero.

Grazie
per l'inaspettata, piccola lezione che pochi minuti d'autobus mi regalano al mattino.

giovedì 3 aprile 2008

Liberiamo il Tempo

Questa sera ho ascoltato parole che descrivevano i vantaggi dell'organizzazione, in azienda.


Pensa ciò che devi fare
Scrivi ciò che devi fare
Scrivi ciò che hai fatto
Poi verifica gli scostamenti e riparti, verso il tuo obbiettivo.

Padroneggiare il tempo, distribuire i compiti, stabilire le priorità.

Ma non di solo lavoro viviamo.
Quando la sera chiudo alle mie spalle la porta dell'ufficio, veloce lo sguardo mi sfugge nel punto dove tramonta il sole; mi immergo nel rosa pungente e nei fasci dorati che squartano le nuvole.

Il giorno finisce, io inizio la vita.

Una vita di gesti ripetuti e pensieri monotoni: prendo l'autobus, comprerò il pane, cucinerò la mia cena, la consumerò in silenzio, accenderò il computer in camera per altre ore di ticchettio, tasti, mouse, schermo.

Organizzare il tempo di lavoro in ufficio è più facile di quel che si crede.
Ma saper riempire la nostra Scatola del tempo al di fuori, non lo è affatto.

* * *

Questa sera ho ascoltato parole asserire che il Tempo Libero non esiste.

Mentre esiste il Tempo Liberato.

Come esiste il tempo delle relazioni, del riposo, della lettura, della musica, della riflessione.

Tasselli importanti che non dobbiamo scordare e che anzi, si vestono di massima priorità nel momento in cui ci scopriamo ad anelare ad una Vita gustosa.

Riconoscere l'essenziale e il necessario: inserirli al sicuro nella Scatola.
Riservare le ore e le mezzore, o i cinque minuti, a ciascuna azione o incontro, in base all'importanza.

E poi, liberare un angolino per ciò che ci piace fare, per come ci piace essere.

Per noi e basta, per me.

Si, me lo voglio regalare questo Tempo Liberato, ne avverto l'essenzialità.

E imparerò a consumarlo, a raschiare il fondo delle dosi giornaliere; lo renderò irrinunciabile, lasciandomi annegare nel diletto del mio oblio.



mercoledì 5 marzo 2008

Sull'autobus...

E' da qualche mese ormai che la mattina prendo l'autobus per recarmi al lavoro.
Non ho l'abbonamento annuale, né quello mensile, né tantomeno il settimanale.
Solitamente acquisto il biglietto prima di salire a bordo, presso l'edicola più vicina a casa.
Alcune volte ho comprato il carnet di dieci biglietti, in modo da non dovermi scomodare ogni volta, almeno per qualche giorno.

E poi arriva un lunedì mattina in cui non mi ritrovo nessun biglietto in tasca, senza contare che da casa stavo uscendo in ritardo, quindi niente edicola, pazienza, mi dico, lo comprerò a bordo anche se mi costa 0,50 cent in più.
Peccato solo che dopo due minuti rimango a bocca aperta di fronte alla conducente, una signora bionda dallo sguardo materno, che afferma dispiaciuta: "non li ho, li ho finiti ieri a fine servizio e non li ho ancora acquistati".
Lì per lì non sò cosa dirle..nel tragitto che collega casa mia all'ufficio salgono spesso dei controllori (in particolare proprio il lunedì), una multa non mi va proprio di prenderla, l'autobus riparte ma io già pensavo di scendere alla fermata seguente, quando la signora conducente domanda ad alta voce: "c'è qualcuno qua dentro che ha un biglietto in più e può rivenderlo a questa ragazza?"
Speranza lieve.
Subito infranta da un'onda di sguardi freddi, gelidi e taglienti, scandalizzati, accusatori, della serie "è salita senza biglietto, cavoli suoi, magari voleva pure la furba, non gli venderei un biglietto nemmeno se ne avessi altri venti in tasca".

Pazienza.
L'autobus si avvicina alla nuova fermata, sorrido benevolmente alla conducente e mi appresto a scendere.
"Aspetta, ti dò il mio".



E' un ragazzo dalla pelle lievemente scusa, dai tratti somatici stranieri.
Mi porge un biglietto un pò sgualcito, come fosse stato stretto lungamente in mano.
Tento di dargli i soldi corrispondenti al prezzo, ma non li vuole.
Insiste con forza, non mi permette di pagarlo.

Ringrazio, timbro, mi siedo.

E guardo quel biglietto. Che sembra raccontarmi la storia di un ragazzo che forse i biglietti non li timbra mai. Che sale sull'autobus e siede in avanti, tentando di scorgere ad ogni nuova fermata la sagoma di un'eventuale controllore, per convalidare quel pezzo di carta in tempo, prima che le macchinette vengano disabilitate dal conducente. Altrimenti prosegue il suo viaggio gratis.
Mi racconta la storia di un ragazzo che ha stretto quel biglietto in mano per molti giorni, si vede dalle pieghe della carta, in corrispondenza delle quali il colore giallo limone è andato quasi via, lasciando il posto ad un reticolato bianco. Anche le scritte rosse e nere sembrano sbiadite. Forse a causa del sudore della mano. Un biglietto compagno di più viaggi, a differenza mia che ad ogni corsa d'autobus ne getto via uno.

Ho come la sensazione che non mi abbia permesso di pagarlo perché lui in fondo, quella stessa corsa d'autobus, la stava attraversando "gratuitamente".
Io invece avevo chiesto di pagare e in alternativa rinunciavo al servizio.
Quel ragazzo mi ha permesso di proseguire il mio viaggio tranquilla.
Sarà lui a scendere non appena la figurina nera si staglierà all'orizzonte della strada. O forse non farà in tempo perché questa volta non la riconoscerà, e si prenderà una multa, lui, che con quell'unico biglietto aveva percorso molte strade.

Lo sò bene, sono fantasie. Divagazioni. Ma il suo sguardo, nell'offrirmi quel biglietto, era tenero, colpevole, umile, basso. E durante il resto del tragitto ha continuato a guardare fisso la strada avanti a sè, con attenzione, come fosse un animale in procinto di fiutare il pericolo.
Ma sono fantasie.
Ciò che resta davvero è il suo gesto.

Inaspettato.

Grazie.

Perché anche i piccoli gesti meritano due parole.

mercoledì 28 novembre 2007

Luci di Natale

luci nataleNel mio paesino le luci di Natale apparivano magicamente, dietro porte e finestre, non prima dell'8 Dicembre.
Come tradizione (e fede religiosa) vuole, l'Immacolata apre il periodo d'Avvento al Santo Natale: solo da questo giorno in avanti è possibile addobbare a festa salotti, camini, vetri, negozi, strade, piazze.

Quando ero piccola il mio paesino veniva abbellito con una forma luminosa di cometa (posta all'inizio di una strada principale), da un classico alberello (posto alla fine della stessa strada), da un angioletto (in piazza?).
Con il passare degli anni la cometa ha perso la coda (o meglio, le luci della coda non si accendono più, fortuna che resta la stella). L'alberello invece ha perso il verde del lato destro, l'angioletto non c'è più, sostituito da una grotta (ma forse lo scorso anno sparì pure lei).

Nel mio paesino le luci cittadine costano. Il Comune, si dice, non può permettersele.
Se le lampadine giungono al termine delle forze, non vengono sostituite.
O almeno, non vengono sostituite subito. Magari dopo qualche anno.

Nel mio paesino i negozi non riempiono la vetrina di addobbi, coprono la merce, dicono.
Le uniche luci che non mancano mai sono quelle delle case, della gente, delle famiglie, quelle appese dai bambini, dalle mamme, dai papà. Papà che sfidano la fatica e la loro povera schiena per attaccare collane di lucine colorate attorno alle ringhiere, agli alberi del giardino, fuori dalle finestre più alte.

Nel mio paesino era così Ieri, è così Oggi. Domani non sò.

***********************

Rimini. Sabato 24 novembre 2007, la città di illumina a festa.

I corsi principali del centro storico luccicano d'oro, un giallo vivo e caldo, ammaliante. Luci a catenella, continue, una dopo l'altra, cascate e scie luminose che coprono il cielo nero della notte. E' un vestito che arde come fuoco.
In una delle piazze invece, dall'oro si passa all'argento: la tinta dominante è un bianco ghiaccio. Piccolissime lucine si assemblano e si incrociano per donarci delle stelle immacolate, fioccchi di neve sulla nostra testa.
Tutto risplende di candore.

E i negozi sono ancora più luminosi di ciò che ci dondola sul capo: vetrine scintillanti, dal blu al rosso, dal giallo al bianco, dall'azzurro al verde.
Dicono che l'atmosfera natalizia invoglia all'aquisto.
In questo modo la gente pensa ai regali, da fare e ricevere, da farsi.
Dicono che rispettare quella sciocca credenza, un pò retrò, dell'8 dicembre, non serve a niente: perchè allestire un simile spettacolo di luci se non possiamo godercelo a lungo?
A sto punto mi chiedo perché aspettare il 24 novembre....

Dicono anche che le luci costano, tanto, ma il Comune, per rendere belle le strade e le piazze, è disposto a questo sacrificio (sacrificio di chi?)
Dicono che tanto "Luci in città" è finanziata dagli stessi negozi, che nutrono molto interesse nel suscitare desiderio d'aquisto nel cuore e nel portafoglio del passante.

Quando una delle luci si fulmina, quando una catenella luminosa e ciondolante diventa invisibile, quando una delle stelle color ghiaccio prende il colore della notte, in men che non si dica arriva qualcuno a ripararle.
Se spettacolo deve essere, spettacolo sia. Senza imperfezioni.

E io ripenso alla stella cometa, disposta sulla strada principale del mio paesino..penso alla sua coda spenta, che nessuno riparerà.
Penso a tutti quei paesini al buio, che aspettano l'8 dicembre per addobbare le loro casette e i loro vetri.
Penso alle candele che un tempo accendevamo davanti i davanzali delle finestre..alla luce del camino. Al cielo nero sulle nostre teste.

Non lo nego..le scenografie luminose sono belle. Mi piace guardare le luci riminesi.
In fondo ogni luce è una magia.
E poi è vero. Sembra che Natale sia alle porte.
E ho voglia di tornare a casa.

Questo scritto non è una critica, non è una nostalgia, non è disprezzo, non è consenso.
Forse è un pò di tutto, ma niente nel particolare.

Sono due storie, due luoghi. Diversi. Anche a Natale.
E ci sono io che ho voglia di tornare a casa.

Perchè non ha senso alzare la testa verso lo scintillìo, se non c'è un altra testa che si alza con la mia.
E se c'è un altra testa ad alzarsi assieme a me, non ci serve lo scintillìo per esser felici.
In fondo, queste luci rappresentano una forma distrazione. Una deviazione mentale che ci smarrisce.

Ci ammaliano di bellezza, ci proteggono dalla notte buia.

Eppure se c'è il vuoto, questo resta.

giovedì 15 novembre 2007

Freddo...con timore ti aspettavo

gelo ghiccio




Soffro
il
freddo
in
modo
disumano.





Lo soffro per circa dieci mesi l'anno, dormo con le coperte anche in estate, non conosco la goccia di sudore nemmeno sotto i 40 gradi estivi.

Lo soffro e lo temo.
Per quanto io mi possa coprire, circondare di stufe elettriche, avvolgere in morbide coperte di pile, arrostirmi davanti ad un camino, se il freddo mi stringe nella sua morsa, non c'è verso di scaldarmi.

E lo sento dappertutto, è un dolore anestetico come quello che ti provoca la neve quando ti ghiaccia i piedi, lo sento sulla fronte, negli occhi, sulle orecchie, attraverso la schiena, attorno alle ginocchia, mi stordisce, mi sento debole e inanimata.

Ma grazie al cielo è arrivato.

L'inverno scorso è stato totalmente irreale.
Caldo, sofferente, opprimente.
O almeno, l'ho vissuto così.

Era tutto sbagliato, temperature insostenibili per le nostre stagioni fredde, nemmeno una goccia di pioggia, nemmeno la neve, nemmeno un piccolo strato di ghiaccio sottile durante la notte.

Era sbagliato.
Era sbagliato esser contenti di vivere in un miraggio che non voleva andar via.
Era sbagliato e la nostra Terra lo sapeva.
Era sbagliato e i nostri ghiacciai l'hanno pagato.
Era sbagliato e non ci abbiamo badato.

Il freddo di questi giorni, almeno un pò mi rincuora.

E anche se sto male e tremo, speriam che duri.

Ma sò bene che il nostro Pianeta grida ancora e urla e soffre e strepita, e ci scrolla, ci abbatte, ci sussulta, ci schizza via quando gli pare, sbotta, trema, balla, canta, grida.

Finchè morte non ci separi.


giovedì 25 ottobre 2007

Abbandono

Ancora adesso, a distanza di anni, quando giunge questo periodo dell'anno, fatico.

E' un periodo dell'anno che profuma di abbandono.
Di certezze donate e poi rapite.

E' un periodo dell'anno che ha il colore di una principessa triste.

abbandonoUna principessa che possedeva un cuore vuoto, spoglio come gli alberi in inverno.
Dominato dal freddo era quel piccolo cuore, ma lei non comprendeva.

Il freddo non si percepisce del tutto
finché qualcuno
non viene a posarti
una coperta sulle spalle.

Tremava spesso la principessa, ma non sapeva di tremare.

Poi un giorno, qualcuno le portò in dono un po di tepore.
Glielo donò con un sorriso, uno sguardo disarmato, caldo come pioggia d'estate.

Quando smise di tremare, la principessa ebbe paura.
Paura per aver provato un sollievo così grande e sconvolgente, temeva di non poter più viver senza.

Per non perdere il suo Eroe in un giorno lontano, tentò di scacciarlo in fretta.
Ma lui non demordeva, tentava, con tenera pazienza, di donare una vera favola alla sua principessa.

Incapace di abbandonarsi a quell'incanto, lei ancora e ancora lo respingeva.
Giocava crudele con il bisogno che l'Eroe aveva di lei. Si mostrava fiera e superba, come se nulla le servisse.
Si mostrava fiera e superba, ma tentava disperatamente di credere e cadere arresa.
Ingenuamente assorbiva tutto il calore che poteva, sventrava le certezze di quello sguardo disarmato, lo svuotava di se stesso, quello sguardo caldo come pioggia d'estate. Ondeggiava sul valico, tirandosi via non appena lui la sfiorava.

L'Eroe pagò la colpa di aver scambiato il freddo cuore della Principessa per una giornata di Primavera.
Di aver amato il suo profumo e di aver cercato in lei una luce che, forse, non c'era.
Era inadeguata, incapace di essere amata.

Il giorno in cui lui si arrese, la principessa, con distaccò lo salutò.

Chiuse gli occhi per riaprirli sulla sua solitudine.
E finse di non sentire il freddo che implacabile tornava.

Non più sostenuta, curata, amata, triste più di prima, sapeva che in fondo nell'Eroe aveva creduto. Sprofondò nel silenzio, portando nel cuore parole e promesse dimenticate.

Posar una coperta sulle spalle di chi trema
lasciar assaporare il gusto del tiepido contatto.
Poi andar via, con la coperta e tutto il resto.
Si lascia nudità, spoglia più di prima.
E fa più freddo ancora.

In quell'ostinazione, in quel mondo vivo, colorato, di fiori e di risate che lui le aveva costruito, in quel mondo, inconsciamente, era scivolata. E in fondo, in quello sguardo disarmato, si era abbandonata. Ma l'Eroe non lo sapeva e saperlo non potrà mai .

Da quel giorno la principessa, non sarebbe più stata la principessa di nessuno, nemmeno di se stessa.

Dalle soffici parole di un Eroe non si sarebbe più fatta ricoprire, in uno sguardo disarmato e caldo come pioggia d'estate non avrebbe più creduto. Pensò.

Perché era inadeguata, incapace di essere amata.

Scioccamente pensò.

E questo periodo dell'anno profuma ancora di quell'abbandono.
Non dimenticato.
Perché è vero che nelle favole accadono tanti eventi, tanti incontri ed entrano in scena tanti personaggi.

Ma di Eroi, veri, che sfidan il buio per salvare una principessa triste e senza lacrime, ce ne sono pochi.

E non possono essere scordati dopo che dal sonno e dal torpore han risvegliato un cuore.

Questo Eroe in fondo, ha insegnato alla principessa il tepore, il colore di un fiore, il senso di necessità, la leggerezza di una lacrima preziosa, come l'amore possa esser bello e come perderlo possa esser triste, come arrendersi possa esser dolce e come scappare possa esser sciocco.

Ed è anche grazie a quell'Eroe, amareggiato e arreso, che le sue stesse parole cancellò in un soffio, se oggi in altre parole la principessa crede.

Quando di nuovo percepì il tepore, la paura dell'abbandono fu più forte di ogni timore.
Inadeguata, ma si lasciò cadere. Chiuse gli occhi per non vedere.

Nel riaprirli, questa volta, non fu sola.

lunedì 15 ottobre 2007

Domenica d'Ottobre

Soltanto 15 minuti.
basta poco per cambiare scenario e lasciarsi alle spalle semafori, ville, alberghi e bar.
basta poco per ritrovarsi a salire lungo ammassi di abitazioni rurali, caseggiati e trattorie, sollevati e trascinati dall'aria montana.
a dire il vero, l'idea di andare a raccogliere castagne non mi aveva allettata molto..ho rinunciato con cattiva voglia ad una domenica pomeriggio nata per poltrire sul divano.
invidio gli altri che cantano con spensieratezza, vorrei avere voglia anche io...
i loro spiriti sono frizzanti come l'aria ristoratrice e solari come questo sole autunnale, tiepido e gentile.
la cima spaccata del Maioletto risalta scura nella foschia di primo pomeriggio.
è una di quelle cime maledette, che nascondono storie genitrici di morte..storie cupe che alla luce del sole diventano affascinanti misteri, da osservare con sguardo sereno e distaccato, senza turbamento alcuno.

Quando siamo abbastanza in alto, mettiamo le auto a riposo e ripartiamo di gambe.
piano piano, mentre saliamo sul castagneto, inizio a riempirmi il cuore.
senza neanche accorgermene il mio umore è diventato lieto..

Tra una chiacchiera e una risata inizia la raccolta...per qualche istante vengo rapita dai colori autunnali, la più bella stagione dell'anno..dove il verde della vita amoreggia con il marrone della morte.
poi, chinandomi a terra, sorrido nel vedere i ricci che proteggono le castagne, come soldati armati di lance che fanno cerchio attorno alla loro regina.
Mi fanno quasi tenerezza, mentre mi sembra di ripetere gli stessi gesti da sempre.
le dita, delicatamente,
si insinuano nel riccio,
dilatandone i bordi,
con lievi movimenti pian piano,
afferro le castagne.
la fievole resistenza non mi impedisce di estrapolarle, portandole via con dolce violenza.
a volte sono più di una, alcune più grandi, altre più piccole.
le mie mani accarezzano con piacere quella superficie liscia, perfetta, tondeggiante.
riempiamo i sacchetti velocemente, quasi come ladri venuti a depredare la casa altrui.. ma non c'è paura di essere scoperti, rumorosamente segnaliamo la nostra presenza allo sguardo maternamente ammonitrice della natura che ci ospita.
senza rendercene conto, ci disperdiamo in gruppi sempre più piccoli, fino a ritrovarci da soli, alla fine del giorno..segnale che è il momento del ritorno, del ritrovo.

Eccoci, con i volti arrossati e i sorrisi accarezzati dalla soddisfazione, confrontarci i bottini, senza onore e senza lode.
ai piedi del castagneto c'è una radura, la esploriamo velocemente con lo sguardo, complici di uno stesso pensiero...
eccolo, laggiù era stato acceso un fuoco, cenere e legna consumata ne rappresentano i resti.
abbiamo con noi una padella forata, basta raccogliere qualche legno da ardere..
lestamente ci mettiamo alla ricerca, ognuno porta secondo le sue forze, anche i legnetti piccoli sono i benvenuti,
soprattutto a dire il vero.
non si accende il fuoco senza legnetti piccoli, i legnetti piccoli servono sempre.
lo tengo a mente mentre mi riscopro una di loro..
con metodo, rito ripetuto, la fiamma sorge timida a salutarci.

E ancora una volta si resta incantati..
è bello il fuoco.
è una magia il fuoco.
si diventa bambini davanti al fuoco.
riscalda il viso e abbraccia l'anima.
taciamo davanti a quel tiepido linguaggio, antico più dell'uomo.
senza tempo è l'attesa e poi sapore intenso, profumo che invade ogni senso, si diventa insensibili al calore pur di cibarsi del proprio frutto.

E' sera.
si ritorna a casa, in silenzio.
in macchina ho voglia di sparire, divento piccola, unificandomi con il sedile posteriore.
ho bisogno di raccogliere i pensieri, di trattenere il profumo e il calore della giornata, quasi senza respirare.
la montagna alleggerisce, pulisce..
c'è l'aria buona, diceva mia nonna, e l'aria buona purifica e porta via la sporcizia, la pesantezza.
quando ti entra nelle narici la senti pungere, perchè estirpa il male strappandolo e trascinandolo fuori.
la strada scende, per curve che sembrano scivolar via.. finché una rotonda annuncia il ritorno a casa.
una volta qua c'era un incrocio, bruscamente rude nella sua spigolosità.
ti costringeva a fermarti, guardare e ripartire.
il bello della rotonda è che sinuosa e infinita.
la rotonda è perfetta, non ha spigoli, non costringe a movimenti recisi, non ha asprezze.
dolce confluenza di strade, potresti girare e girare senza smettere, accarezzandone i bordi fino a sparire, senza il palese bisogno di dover scegliere una direzione ad ogni costo..
persa in questi pensieri la trovo quasi seducente....

Forse perchè ormai mi sento in balia di questa morbidezza...
e perchè in fondo la rotonda è immagine di donna, come la castagna, come la curva della montagna, come questa luna quasi piena, che ci accompagna il cammino..
e la donna è ricordo di mamma, che culla con voce sottile, il sonno di una domenica di ottobre.

Queste parole risalgono a circa due anni fa.
Era un ottobre malinconico, il cuore soffocava nella solitudine.
Sembra così lontano adesso, eppure il profumo, il tepore, la consolazione di quella giornata mi appartengono ancora.
Questo ricordo mi strappa sempre un sorriso.
Con piacere lo lascio riaffiorare.

giovedì 4 ottobre 2007

The Evolution Of Beauty


Diventiamo belle, belle come spose. Diventiamo belle, come le rose. Profumate e belle. Fiere come le stelle. Belle come i gelsomini diventiamo. Belle davvero. Belle per chi amiamo. Belle e frizzanti. Belle ed eleganti. Sistema il trucco, rendilo naturale. Un trucco naturale. Naturalmente un trucco. Bella come bambola. Perfetta e privilegiata. La bellezza apre ogni porta. Ogni porta dalla bellezza è sfondata. Rendimi bella, acconciami i capelli. Allunga le mie ciglia, schiariscimi la pelle. Bella e sublime. Eterea e delicata. Ogni porta dalla bellezza è dominata. Rendimi bella, per piacerti, per piacere. Con mani sapienti trasformami a dovere.
Bella e perfetta al posto di un niente. Perfettamente bella. Bella adesso, ancora e sempre.

specchioRivestimi fuori, bella in viso. Fragile nel cuore e nel sorriso. Osservami con piacere, ma non amarmi. Non sono forte abbastanza per sostenermi. Sguardo sublime, movenza sinuosa. Dietro il velo si nasconde una voce ansiosa. Io son perfetta fuori, non chiedermi cosa penso. Di ogni particolare non cerco un senso. Riflettere atrocemente è l'altro abisso da affrontare. Sfuggire quella caduta con la bellezza lo posso fare.
Lasciami qui in vetrina, non ti avvicinare.
Sono solo la tua bambola, mai mi lascerò sfiorare.

* Ringrazio PV64 per la Vignetta gentilmente concessa.

venerdì 28 settembre 2007

La Scatola Del Tempo

tempo dalì"Il tempo non basta mai", lo diciamo sempre un po tutti, lo dico spessissimo anche io.

In realtà questa frase andrebbe tradotta con un bel "non so gestirmi".

Perché non possiamo certo discutere la quantità, quella è fissa, non la modifichiamo nemmeno se ci lamentiamo per i prossimi cent'anni di vita. Al contrario mi rendo conto che dovrei interrogarmi sul perché non sono in grado di gestire ciò che ho a disposizione, di riempirlo nel modo giusto, di trovare il miglior compromesso tra ciò che necessita a me e ciò che è indispensabile nei confronti altrui.

Non ci riesco e questa sensazione di impotenza mi abbatte.

Basta un piccolo cambiamento, una novità e tutto deve mutare, l'equilibrio cade, inizio ad annaspare per ripristinare un falso ordine insoddisfacente.

Il mio tempo è come una scatola dove devo far entrare tanti cubetti dalle forme e dimensioni diverse, e so bene che questi cubetti sono troppi.
Ogni volta me ne resta fuori qualcuno.
E spesso, mi accorgo con dispiacere, che i cubetti rimasti fuori dalla scatola sono quelli a cui tenevo di più.
Che sono stati sacrificati.
Da essi mi aspetto e pretendo comprensione, so che accetteranno di esser rimasti fuori l'ennesima volta, della rassegnazione han fatto abitudine.

Ecco, se continuo - o continuiamo - a lamentarci della dimensione della scatola, non risolveremo mai nulla.

E' il caso, invece, di prendere i cubetti importanti, metterli sul fondo, e poi inserire gli altri, secondo priorità, affetto, responsabilità, interesse, gusto.

Lo so, me lo dico ogni giorno.

E allora perché continuo a lamentarmi della scatola?

venerdì 7 settembre 2007

Sguardi vicini e Sguardi lontani

mare calabriaTorno e riparto.

Ma ritorno in fretta.

Nel sempre troppo poco tempo a disposizione son riuscita ad inserire un pò di foto (presto ne aggiungerò altre) su Flickr : la macchina fotografica è una comunissima digitale di qualità non elevata, la mia bravura è quella di una comunissima e incapace creatura umana.

Nessuno scatto superbo dunque, anzi, probabilmente non renderò il giusto riguardo al turchese limpido e accecante del mare, ma in fondo cosa importa.

Tornare a casa, ammirare nuovamente il paesaggio natio, assaporare i tramonti sull'acqua salata, nuotare, nuotare, nuotare nel blu accecante e trasparente del Tirreno, gustare i cibi e i sapori unici che solo La Mamma sà combinare, attraversare nuovamente i sentieri che accompagnarono l'infanzia.. di tutto e non solo di questo sentivo il profondo bisogno.

Quasi sei anni fa, quando andai via dalla mia Terra, mi furono donate queste parole da una voce calda, protettiva, tenera:
"la testa nel luogo in cui andrai, il cuore nel luogo da cui vieni".

Non le ho mai dimenticate.

Me le ripeto ad ogni nuovo mesto "Arrivederci".

E in fondo, queste poche foto, scattate con mano impetuosa e insicura, altro non sono che uno sguardo sul mio cuore orgoglioso e testardo che ad ogni battito muore di nostalgia.

giovedì 16 agosto 2007

Ma non vai al mare?

manifesto liberty riminiTu il mare lo ami lo stesso. "Uomo libero, sempre amerai il mare", dice il poeta.
Uomo libero, appunto: libero anche di non andarci al mare, quando non ne hai voglia. (...)
Continua a pensarla così, se vuoi. Ma sappi che un aperto rifiuto della vita da spiaggia a Rimini può costare una dolorosa esclusione sociale, il cui primo sintomo è la domanda: "Ma non vai al mare?..." E' una domanda retorica, perché guardandoti il riminese ha già concluso che al mare non ci vai.
O non abbastanza, altrimenti non daresti cos' pallido, molliccio e malinconico.
Quindi, chi ti domanda "Ma non vai al mare?" in realtà sta dicendoti: "Ti trovo pallido, molliccio e malinconico. Se la riminesità fosse una patente a punti, te la sospenderei immediatamente".
Pallore, scarsa tonicità dei tessuti e malinconia sono malvisti ovunque, ma a Rimini diventano peccati mortali.

( Tratto da "Alieni a Rimini" di Lia Celi**)

Eccomi, peccatrice.
Son giunta nuovamente al culmine del mese di agosto senza aver mai messo piede nella verde laguna della bella Rimini.
Chiedo venia, riconosco l'anomalia.
E a dire il vero la riconoscono bene anche tutti gli altri, dai colleghi di lavoro, agli amici, ai turisti.

Si, sono una piccola chiazza bianca che cammina per strada, che digita tasti davanti un pc, che passeggia in centro.

Si, vivo in una città di mare, sul mare, con il mare, che del mare ha fatto stile di vita, fortuna, dedizione.

Se io volessi propinarvi una scusa qualsiasi vi racconterei che lavoro molto, che non ho tempo, che i fine settimana mi servono per altre attività, che casualmente quando avrei potuto scendere in spiaggia le giornate eran grigie e tristi, che sono allergica al sole, che un dermatologo mi ha imposto divieto, ma tanto alla fine non serve negare che il mare di Rimini proprio non mi piace.

O meglio, non mi piace come qui, in estate, si vive il mare.

Tra qualche giorno me ne andrò in ferie, lontana dalla sabbia rossastra, dalle file interminabili di ombrelloni, dalla vita da spiaggia (e qui la citazione è doverosa perchè quel post avrei voluto scriverlo io), dall'acqua bassa e incolore.

Me ne torno al mio mare, selvaggio, azzurro, sassoso.

Mi godrò un pò di sole d'agosto, in attesa della fresca poesia settembrina.

Ricordo che da piccola non capivo perchè il mare di settembre fosse più bello, lo sapevo, lo sentivo che era diverso, che l'orizzonte era limpido e leggero, l'acqua più trasparente e delicata.
Ma non sapevo perchè.

Poi, un amico - un amico innamorato della natura e della sua macchina fotografica - mi disse:
ad agosto c'è troppa luce, appiattisce i colori, inevitabilmente ti schiaccia.

E lì ho saputo. Ed ho capito.

Ho capito che io non avrei mai amato ciò che poteva schiacciarmi, che mi si addossava contro, che mi comprimeva come oliva sottovuoto.

Non accettavo la pesantezza, come non accettavo la massa.

Non le accettavo perchè soffocavo insofferente nell'impaccio.

Soffoco anche oggi.

E quindi evito e scappo, ritorno al mio azzurro e aspetto l'isolamento che dopo Ferragosto pian piano sopraggiunge.


Buone vacanze.. stavolta a me.



*Il manifesto liberty di Rimini è un opera di G.Lord - "Igea e Apollo Bagni di Rimini 1901". Illustrazione della copertina della guida "Bagni di Rimini"
** "Alieni a Rimini" è scaricabile in formato pdf dal Blog di Lia Celi

lunedì 28 maggio 2007

Sotto il Cielo di Brisighella

Forse altezzosa, certo guardiana, domina il borgo e domina il passante, rugosa e bella come antica quercia.


Ignaro il Tempo s'illude di sostare, lei a dispetto esibisce ore, sferza incessante le lancette, canta imperterrita costanti scatti di trattenuta ferocia.

E' sigillo di quell'Uomo che ha plasmato dirupi, conformato a sè fianchi scoscesi, con la stessa pazienza di quando ha modellato l'argilla, di quando poi l'ha essiccata, cotta, smaltata e a suo capriccio decorata.

Proprio qui ha chiamato Arte la ceramica, ha ammonito il Tempo, ha ricamato l'arduo monte.
Proprio qui, l'Uomo.

Restano sigilli le stradine furtive, sottili come lingue antiche, che deliziose si incespicano, si strozzano, poi spaziano, costeggiano casette, palazzine, caseggiati, chiese e colori, arancioni e gialli, vivi e caldi.

Liberare il pensiero è involontario, ti sfugge veloce e più non lo riacchiappi, procedi senza meta, ma ti illudi.
In realtà è un percorso già segnato, giungi a valle, forse sali al colle - Eccolo! - lo riprendi, volteggiava ubriaco del sapore antico di un borgo ancora vivo.

E' così facile immergersi in questo inebriante vuoto di emozioni, stracolmo di sopite nostalgie, custodito da un torrione senza più soldati, governato da un palazzo senza più un re.


E' qui, sotto un cielo di panna e perla, dove mi smarrisco sbigottita e lieta, che finalmente
assaporo
il tanto anelato
"non pensare a niente".

martedì 22 maggio 2007

E Maggio mi Donò un Giardino




"Allora, che ne pensi?.. Ti piace?"

prima di rispondere mi concedo un ultimo sguardo intorno.





Conosco ormai il Valico, i suoi pendii selvaggi,
il suo tortuoso vagare, infinito, inebriato dall'arsura all'orizzonte.
Inaspettatamente ho scovato un angolo disteso, piccolo straccio di terra, custodito come bimbo dormiente.. ammirandolo ho sognato un giardino.

Ci sarà da lavorare, non lo ignoro.

Ma il lavoro non pesa quando è desiderato.

Seminare, annaffiare, carezzare germogli è ciò che bramo adesso.
Comporre sinfonie di colori e armonizzare fragranze melodiose.

Ma coltivare vuol dire fermarsi.
Assaporare il tempo. Abbandonare la corsa.
Dedicare gli attimi per incastonare ogni petalo, per scrivere un canto che risuona di nostalgia.

Benchè solo sognato, é un giardino che in fondo già profuma di casa,
che si tramuta in grotta,
delicato come vetro e furioso come tormentose onde,
che narra storie e fiabe insonni,
che profuma di mare e di neve.

*********

Qua sul Valico non ci sono ripari, nè fiori.
Tira solo tanto vento, sotto una Luna che guarda lontano.

Eppure è il posto adatto per lasciarsi aggrovigliare dalle fantasticherie.


"Si..mi piace.
Pensò che sosterò a lungo"




B
uona nascita.