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giovedì 15 maggio 2008

una Notte

Dormivi.
All'improvviso il dolore ti si è piantato nel petto.
Un sobbalzo sul letto, silenzio, una tortura straziante che trafigge ancora e ancora.

Sconcertato, in preda al panico, in balia di un malore sconosciuto, con il corpo che duole improvviso e feroce, con l'angoscia che cresce perché in casa non c'è nessuno e non arrivi nemmeno al telefono... Istanti eterni trascorrono, mentre un'ombra invisibile ti schiaccia.

E' poi succede, inevitabile.

Non hai avuto il tempo di fermare il pensiero che hai già immaginato la tua morte.
Con una lucidità pazzesca, senza senso.
Li vedi il giorno dopo mentre ti cercano, provano a telefonarti, arrivano a casa tua, aprono la porta.
Immagini le reazioni di chi riceverà la notizia, per telefono, perché son tutti lontani; dove un grido, dove un silenzio, frasi di circostanza per alcuni, un dolore indicibile per altri.

Stranamente, questo pensiero, ti porta sollievo.
Si, sei giovane, la voglia di vivere non manca, ma l'idea della morte diventa accettabile finché sei sicuro che qualcuno piangerà per te.

Una fitta più profonda delle altre ti strappa via dal torpore suscitato da questo egoismo consolatorio, il dolore è sempre lì, che batte e sbatte, nel petto, nel braccio, il cuore pulsa così velocemente che lo senti materialmente infilato nella gola.
E' insopportabile.
Trovi la forza.
Arrivi al telefono e chiami.

martedì 11 dicembre 2007

Ma che bello il presepe di sabbia....2

Così fragile, così delicata.
La sabbia sembra esser l'ideale per rappresentare la Natività.
Una manifestazione effimera, un istante unico, magico.
Eppure pesante. Che ha cambiato vite.
Che ha legato sotto un unico filo “chi crede” e “chi non crede”.

La sabbia si compatta, di lascia plasmare per assumere forma di viso umano.
Granelli abbracciati che restituiscono vita ad un immagine, che raccontano una storia impetuosa, un gesto e una parola scrosciante.
La compattezza di un momento pronto a sbriciolarsi l'istante seguente.

Noi uomini, tutti, siamo mutevoli, in continuo cambiamento.
Siamo statue di sabbia che si distruggono in ogni istante, per riemergere subito dopo in una nuova forma.

Siamo pronti a sbriciolarsi, esistiamo adesso, esistiamo dopo, esistiamo prima, e siamo sempre diversi. Siamo frammenti. Siamo inconsistenti.

Siamo tutti manifestazione effimera, come questa Nascita.

Eppure siamo.

E ciò che conta è il segno che lasciamo...
l'impeto e i gesti che seminiamo prima di disfarci nell'intangibile evanescenza dell'epilogo.

mercoledì 5 dicembre 2007

Ci sono Lacrime

Ci sono lacrime che al mattino svaniscon come rugiada.
Avvolgono il cuore nella morsa, soffocano il respiro.
E' un dolore sordo, senza voce e senza sangue.
Un dolore freddo che non si lascia raccontare.

Ci sono lacrime che scorrono come ruscelli di montagna.
Disperate e graffianti, urla soffocate nel singhiozzo.
E' un dolore combattuto, con vigore e con violenza.
Un dolore tormentato che ripudia la ragione.

Ci sono lacrime delicate come perle al chiaro di luna.
Scendono rapide nel silenzio, limpide come cristalli.
E' un dolore che muore nel sorriso, con dolcezza e con amore.
Un dolore che desidera innalzarsi nel piacere.

Ci sono lacrime invisibili come acqua nel deserto.
Mute, prosciugate, senza sale e prive d'aspetto.
E' un dolore inespressivo, senza forza nè stupore.
Un dolore insostenibile e incapace di morire.

Ci sono lacrime preziose come fossero gemme rare.
Nascoste agli sguardi, trattenute nel pugno chiuso.
E' un dolore dimenticato, che si nega anche a se stesso.
Un dolore che necessita solo d'un pò d'amore.

lacrime

giovedì 25 ottobre 2007

Abbandono

Ancora adesso, a distanza di anni, quando giunge questo periodo dell'anno, fatico.

E' un periodo dell'anno che profuma di abbandono.
Di certezze donate e poi rapite.

E' un periodo dell'anno che ha il colore di una principessa triste.

abbandonoUna principessa che possedeva un cuore vuoto, spoglio come gli alberi in inverno.
Dominato dal freddo era quel piccolo cuore, ma lei non comprendeva.

Il freddo non si percepisce del tutto
finché qualcuno
non viene a posarti
una coperta sulle spalle.

Tremava spesso la principessa, ma non sapeva di tremare.

Poi un giorno, qualcuno le portò in dono un po di tepore.
Glielo donò con un sorriso, uno sguardo disarmato, caldo come pioggia d'estate.

Quando smise di tremare, la principessa ebbe paura.
Paura per aver provato un sollievo così grande e sconvolgente, temeva di non poter più viver senza.

Per non perdere il suo Eroe in un giorno lontano, tentò di scacciarlo in fretta.
Ma lui non demordeva, tentava, con tenera pazienza, di donare una vera favola alla sua principessa.

Incapace di abbandonarsi a quell'incanto, lei ancora e ancora lo respingeva.
Giocava crudele con il bisogno che l'Eroe aveva di lei. Si mostrava fiera e superba, come se nulla le servisse.
Si mostrava fiera e superba, ma tentava disperatamente di credere e cadere arresa.
Ingenuamente assorbiva tutto il calore che poteva, sventrava le certezze di quello sguardo disarmato, lo svuotava di se stesso, quello sguardo caldo come pioggia d'estate. Ondeggiava sul valico, tirandosi via non appena lui la sfiorava.

L'Eroe pagò la colpa di aver scambiato il freddo cuore della Principessa per una giornata di Primavera.
Di aver amato il suo profumo e di aver cercato in lei una luce che, forse, non c'era.
Era inadeguata, incapace di essere amata.

Il giorno in cui lui si arrese, la principessa, con distaccò lo salutò.

Chiuse gli occhi per riaprirli sulla sua solitudine.
E finse di non sentire il freddo che implacabile tornava.

Non più sostenuta, curata, amata, triste più di prima, sapeva che in fondo nell'Eroe aveva creduto. Sprofondò nel silenzio, portando nel cuore parole e promesse dimenticate.

Posar una coperta sulle spalle di chi trema
lasciar assaporare il gusto del tiepido contatto.
Poi andar via, con la coperta e tutto il resto.
Si lascia nudità, spoglia più di prima.
E fa più freddo ancora.

In quell'ostinazione, in quel mondo vivo, colorato, di fiori e di risate che lui le aveva costruito, in quel mondo, inconsciamente, era scivolata. E in fondo, in quello sguardo disarmato, si era abbandonata. Ma l'Eroe non lo sapeva e saperlo non potrà mai .

Da quel giorno la principessa, non sarebbe più stata la principessa di nessuno, nemmeno di se stessa.

Dalle soffici parole di un Eroe non si sarebbe più fatta ricoprire, in uno sguardo disarmato e caldo come pioggia d'estate non avrebbe più creduto. Pensò.

Perché era inadeguata, incapace di essere amata.

Scioccamente pensò.

E questo periodo dell'anno profuma ancora di quell'abbandono.
Non dimenticato.
Perché è vero che nelle favole accadono tanti eventi, tanti incontri ed entrano in scena tanti personaggi.

Ma di Eroi, veri, che sfidan il buio per salvare una principessa triste e senza lacrime, ce ne sono pochi.

E non possono essere scordati dopo che dal sonno e dal torpore han risvegliato un cuore.

Questo Eroe in fondo, ha insegnato alla principessa il tepore, il colore di un fiore, il senso di necessità, la leggerezza di una lacrima preziosa, come l'amore possa esser bello e come perderlo possa esser triste, come arrendersi possa esser dolce e come scappare possa esser sciocco.

Ed è anche grazie a quell'Eroe, amareggiato e arreso, che le sue stesse parole cancellò in un soffio, se oggi in altre parole la principessa crede.

Quando di nuovo percepì il tepore, la paura dell'abbandono fu più forte di ogni timore.
Inadeguata, ma si lasciò cadere. Chiuse gli occhi per non vedere.

Nel riaprirli, questa volta, non fu sola.

giovedì 4 ottobre 2007

The Evolution Of Beauty


Diventiamo belle, belle come spose. Diventiamo belle, come le rose. Profumate e belle. Fiere come le stelle. Belle come i gelsomini diventiamo. Belle davvero. Belle per chi amiamo. Belle e frizzanti. Belle ed eleganti. Sistema il trucco, rendilo naturale. Un trucco naturale. Naturalmente un trucco. Bella come bambola. Perfetta e privilegiata. La bellezza apre ogni porta. Ogni porta dalla bellezza è sfondata. Rendimi bella, acconciami i capelli. Allunga le mie ciglia, schiariscimi la pelle. Bella e sublime. Eterea e delicata. Ogni porta dalla bellezza è dominata. Rendimi bella, per piacerti, per piacere. Con mani sapienti trasformami a dovere.
Bella e perfetta al posto di un niente. Perfettamente bella. Bella adesso, ancora e sempre.

specchioRivestimi fuori, bella in viso. Fragile nel cuore e nel sorriso. Osservami con piacere, ma non amarmi. Non sono forte abbastanza per sostenermi. Sguardo sublime, movenza sinuosa. Dietro il velo si nasconde una voce ansiosa. Io son perfetta fuori, non chiedermi cosa penso. Di ogni particolare non cerco un senso. Riflettere atrocemente è l'altro abisso da affrontare. Sfuggire quella caduta con la bellezza lo posso fare.
Lasciami qui in vetrina, non ti avvicinare.
Sono solo la tua bambola, mai mi lascerò sfiorare.

* Ringrazio PV64 per la Vignetta gentilmente concessa.

venerdì 3 agosto 2007

RIVELAzione


Ho sognato di osservarti mentre docile dormivi.

T'ho scovato in una notte senza luna,
grazie al flebile brillio
d'una lucciola
morente.


Ho sognato di ascoltare il tuo respiro silenzioso.

Giacevi abbandonato da ogni affanno,
sul viso un'espressione
ingenuamente
indifesa.

T'ho raggiunto nel luogo in cui ti celi per sfuggirmi.

Alte mura ha la fortezza che ti veglia,
erette con la forza
di un dolore
senza voce.


Ho tanto sperato d'incontrare il tuo cuore velato.

Eppure in questo sogno, non mi sbaglio
non solo uno spiraglio
ma assaporo
completezza.

Ho sognato di poter appartenere al tuo segreto.

E m'illudo di poterti infine raggiungere
e sfiorarti apertamente
sotto un cielo
luminoso.




mercoledì 11 luglio 2007

solo un imprevisto

Hai presente quando un papà o una mamma portano a spasso il loro bambino e gli promettono che sulla via del ritorno passeranno dalla gelateria che produce quei gelati tanto buoni che sono così cremosi che fanno impazzire e poi se vuoi ti mettono anche la panna sopra e il bambino è felice e per tutta la durata della sua passeggiata pensa al gelato che si gusterà tornando verso casa quando poi ecco al ritorno la strada che intraprendono non è quella dove si trova la gelateria perchè si è fatto tardi e devono rientrare in fretta e quindi il gelato si deve rimandare ad un'altra volta?


Hai presente quando ti sembra che il tempo proprio non ti basta e sai perfettamente che in realtà sei tu che non te lo sai gestire e che è vero che il lavoro è tanto ed è anche vero che la sera la stanchezza è sempre troppa però sai benissimo che il tempo per una telefonata veloce si trova e invece tu non lo vuoi trovare perchè dici che lo stress ti impedisce persino di renderti conto quando non stai facendo nulla di importante e magari giocherelli con il telecomando o ti butti su una poltrona senza avere la forza nemmeno di parlare e vorresti dimenticare ogni impegno e ogni affanno e ti scalzi di dosso anche il pensiero di quelle persone che volevi sentire?


Non possiamo farci nulla ed è perfettamente inutile negarlo perchè tanto è vero che alla fine i piccoli contrattempi ci indispongono e ci rendono tristi e afflitti come se ci trovassimo di fronte a tragedie ben maggiori e magari ci sentiamo anche un pò soli perchè vorremmo avere accanto le persone che amiamo e invece sono distanti talmente tanto che nemmeno il telefono può raggiungerle visto che oltre alla distanza fisica poi si ci mette anche la mancanza di tempo da dedicare a ciò che ci fa bene e accumuliamo amarezza e alla fine siamo deboli e insicuri e crolliamo come foglie quando arriva un contrattempo che ci priva di un piccolo piacere o che ci tiene lontani da un pò di calore.

martedì 26 giugno 2007

inViDia

Venticinque righe, me ne bastano venticinque.
Una per ogni manciata di giorni mescolati a generarmi gli anni.

No, non voglio riferire una cronologia di eventi, di passi, di gesti.
Non si tratta nemmeno di una fiaba o di un racconto fantastico.

Il punto è che a volte ci si sente cattivi.
Cattivi perchè si ama immensamente qualcuno e lo si invidia.
Cattivi perchè ci han detto che l'indivia è un sentimento brutto.
E non si provano i sentimenti brutti nei confronti di chi si ama.

Eppure qualcosa non quadra.

Ti amo immensamente perchè non mi somigli.
Perchè sono incatenata in un angolo e tu giochi con leggerezza.
Semplicemente vorrei tanto somigliarti.

E ti invidio.

Ma l'invidia è una cosa brutta anche se ti amo immensamente.
Non è mio diritto assaporarla mentre ti penso.
Nemmeno se proteggerò sempre la bellezza del tuo fruscio.

Ma se io non ti invidiassi, cosa saresti tu?

Saresti più simile a me, senz'altro.
Avresti i miei difetti, e io li odierei in te come in me.
L'odio non genera invidia, genera disprezzo.
Non avresti i tuoi pregi e non ti amerei.

Ma io ti voglio esattamente come sei tu adesso.
Ti voglio amare e proteggere così, nella tua forma spontanea.

E in questa notte mi sento cattiva perchè ho i miei difetti.
E perchè non amo i miei pregi con l'intensità con cui amo i tuoi.


martedì 12 giugno 2007

Le Notti della Mancanza

C'erano notti in cui la Nostalgia le invadeva gli occhi con ondate improvvise di umido sale.

C'erano notti in cui l'Assenza bussava feroce alle pareti di un cuore in tumulto.

C'erano notti in cui si sentiva Perduta, troppo lontana per restare avvinghiata nella presa di quell'invisibile braccio chiamato Radice.

Erano le Notti della Mancanza, dove voci di sirene cantavano ricordi e conducevano il pensiero con sublime strazio, lo ingannavano, lo ammaliavano, usando omeriche seduzioni tentavano di rapirne anche il corpo per ricondurlo alla sua terra.
Terra dura, capricciosa, così difficile da modellare, ma che conservava ancora forma di quel corpo mancante.

Erano le notti in cui in preda all'angoscia si domandava se fosse giusto, se fosse consentito, se fosse naturale Vivere Separata, aver scelto la Distanza, aver chiamato casa altre mura, le dita della mano hanno senso solo se restano insieme, attaccate nel punto preciso in sui sono nate, ti strapperesti forse un dito per posarlo in un altro punto del corpo?

Erano le notti in cui tutto sembrava un Errore e la Solitudine urlava e sbatteva e sfiniva ogni forza.
Erano le notti in cui anche la propria voce singhiozzante sembrava Voce di Terra Straniera.

C'erano notti in cui si sentiva morire come quel sole rosso fuoco che si spegneva lontano, nel suo mare, ogni sera, mentre il campanile, eterno e sconfitto, suonava muto la maliconia degli esuli.

Erano le notti in cui sapeva che l'indomani il sole avrebbe illuminato un cielo diverso e uguale, perchè l'azzurro che ci copre è sempre lo stesso azzurro e ci sorveglia,
noi e le nostre case lontane,
noi e le nostre persone strappate,
noi e le nostre scelte malate.

giovedì 7 giugno 2007

Calendula

Spalanca il cuore con la luce del mattino, si spegne gemendo come sole al tramonto.

Bellezza e delizia non sostiene quando sale l'ombra.
Il fragile stelo non sopporta il peso che non vede.

Te ne accorgi.
Rattristato non comprendi il suo chinarsi inerme, ma ben sai che un fiore è bello poichè indifeso.
L'inebriante profumo costa fatica, ogni esile sorriso lo coltiva custodendolo nel segreto.
E se corruccia lo sguardo è solo perchè tenta invano, ahimè, di celarti quell'animo trafitto.

Della tua luce morbida non sente il tocco.

La Notte, indiscreta, ne percepirà il tremore, l'inquieto soffrire in lacrime di rugiada.
Son perle che scendono da rive socchiuse, ghiacciate, sprofondano in una solitudine nera.

Non ti spaventare, oh Notte, non temere per l'esile creatura.

Se tra le tue braccia si dimena con affanno, circondala con più ardore.


Non sarà in grado di chiamare per nome il peso che l'opprime, ma tu che il battito del cuore sai ascoltare,
da quel silenzioso palpitare,
ne percepirai l'essenza:

Assenza.


venerdì 1 giugno 2007

Ho Sepolto il Cuore

Ho sepolto il cuore per impedirgli di perdere il senno.

L’ho sepolto in terra umida, scura, fredda come pietra antica, dal profumo pungente che assale intenso appena la smuovi a fondo, inaspettatamente morbida al contatto delle dita tremanti che vi si insinuano randagie.
L'ho sepolto in una terra affamata che gli si è appiccicata addosso, svelta, smaniosa di possederlo ed assimilarlo fatalmente nella morsa.

Ho sepolto il cuore e l’ho sepolto in una sera tiepida, con le mie sole mani, raspando con le unghie, infrangendo la resistenza della crosta che schiacciava il terreno, ho scavato io, io sola. L’ho deposto senza una lacrima di addio.

Il luogo in cui l’ho sepolto è ben custodito, celato agli sguardi da una coltre di edera silenziosa, discreta, insinuatasi col tempo tra le fessure di ogni arbusto. Un verde mantello che lo protegge senza nulla aspettare, così come i rovi vegliarono il placido sonno della Bella, senza conoscer fretta.
Fragile custode sembra a prima vista, quasi adagiata con leggerezza.
Ma in realtà violenta è la sua presa, asfissiante il suo tocco, timore non incute con spine e rovi, ma con un abbraccio che tutto ricopre, senza spiragli, che si caccia dentro, si impianta come corpo sprofondato in un letto.

L’ho sepolto e l’ho lasciato ricoprire dall’edera. Non credo avrà mai voglia, lei, di rendermelo indietro.

Lui continuerà a sussultare, ancora e poi ancora.
Io so che quando tu passerai in quella radura, facendo scricchiolare il tappeto di foglie secche ad ogni passo, all’improvviso ti sentirai inquieto come fossi scrutato nel segreto. E penserai che la suggestione dei luoghi partorisce fantasmi come il deserto genera le fate morgane.
Tu non saprai, ma la verità è che di quel cuore avrai percepito il respiro.


Ho sepolto il cuore perché m’impediva di ragionare.
Perché si confondeva spesso, si lasciava ammaliare con capriccio, perché non voleva star solo, perché voleva svincolarsi da ogni controllo.

L’ho sepolto perché mi schiacciava e mi inebriava, dissennato come un bambino irrequieto.

L’ho sepolto perché non voleva più appartenermi.

Leggera sono adesso, non devo più sforzarmi di trovare, al sorgere di ogni alba, il coraggio di affrontare giorni troppo felici.


* ringrazio Dario per la foto.